“Per favore, passami la chiave poligonale, il calibro a corsoio e il compasso balaustrino.” borbottò Cirillo senza sollevare la testa dagli ingranaggi.
“A che punto sei?” domandò Flora, posando gli attrezzi sul piano di lavoro.
“Tutto procede bene, non ti preoccupare.” la rassicurò Cirillo dalle profondità del marchingegno.
“E invece mi preoccupo! Questo progetto ti sta portando via un sacco di tempo che potresti occupare in altri modi!”
Cirillo interruppe il lavoro. “Non dirlo neppure per scherzo. Non è una perdita di tempo costruire un sistema di movimento a stantuffi che ti permetta di salire e di scendere le scale con la sedia. A scuola non puoi andare in biblioteca e nei laboratori perché si trovano al secondo piano. Abbi fiducia in me e presto la “catena motoascensionale” sarà installata a scuola.”

A Flora sembrò scortese insistere, ma l’indomani fece portare dal papà al secondo piano della scuola un’altra sedia a rotelle e poi parlò con i compagni. Non ebbe bisogno di dare molte spiegazioni, ogni volta in cui la classe si recava a lezione nei laboratori del secondo piano, due robusti compagni la trasportavano con il vecchio ma efficiente sistema del “seggiolino”: si afferravano saldamente per gli avambracci formando così un robusto sedile sul quale Flora si issava aggrappandosi alle loro spalle. Cirillo ci rimase malissimo, abbandonò l’invenzione pressoché finita e per alcuni giorni fu intrattabile, ma ben presto si persuase che fosse stato solo un malinteso e tutto tornò a posto.
Una mattina l’insegnante d’italiano parlò della televisione e del fatto che per molti
bambini, soprattutto piccoli, fosse diventata una specie di baby sitter elettronica con la quale trascorrere molte ore della giornata. Cirillo tornò a casa con la testa piena di progetti, mangiò poco e corse a chiudersi nel laboratorio. Lavorò tutto il pomeriggio e prima di cena volle mostrare a Flora il risultato di tanta fatica. Quando fu nel giardino dei vicini, sentì un gran baccano. Entrò in casa e vide qualcosa che non si aspettava: il salotto era pieno di bambini piccoli che cantavano, giocavano e strillavano.
“Come mai la tua casa sembra una succursale dell'asilo qui vicino?” domandò Cirillo e Flora lo fece sedere tra due bambini che si succhiavano il pollice con grande concentrazione.
“Ti presento i primi membri dell’associazione Cara tivù, ti spengo adesso o mai più.
“E che roba è?”
“Non dirmi che hai già dimenticato la lezione di stamattina sui nocivi effetti della televisione. La nostra associazione ha lo scopo di salvaguardare i bambini più piccoli, offrendo loro compagnia, giochi, favole e ogni altra cosa desiderino fare.”

“La nostra associazione, dici? E chi sarebbero i membri?” domandò Cirillo, trattenendo a fatica le risate.
Flora fece finta di non notarlo. “Per adesso Barbara, Mariella e Letizia e io, ma confido molto in una certa persona che possa risolvere i nostri problemi pratici.”
Cirillo neanche tirò fuori dal giubbotto la “fascia a elettrodi” che era venuto a mostrarle
e se ne andò senza rispondere. Si sentiva contrariato, deluso, un po’ offeso dal comportamento di Flora e non la capiva più. La verità era che non le importava già più nulla delle sue invenzioni, era stato solo la momentanea curiosità di una ragazzina capricciosa. E lui che si era ammazzato di fatica per trasferire il laboratorio al pianterreno! Un’egoista presuntuosa, ecco chi era Flora. Voleva che ogni cosa fosse fatta a suo piacimento? Benissimo, allora poteva arrangiarsi per quella strampalata associazione contro la tivù! A casa Cirillo mise via il prototipo e giurò a sé stesso che avrebbe continuato a fare invenzioni senza più curarsi dell’opinione di Flora.